Ormai nei nostri paesi e sulle nostre strade da quasi trent’anni non se ne vedono più. Sono stati smontati o, quantomeno, relegati in qualche angolo delle vecchie aie o dei portici delle nostre case. Qualcuno li ha messi in bella vista come portafiori o ne ha usato le ruote per movimentare la facciata della propria abitazione. Però l’inconfondibile rumore che essi facevano quando passavano davanti o sotto casa, il Pascoli l’ha chiamato “il rombo delle ruote”, non si sente più: adesso transita degli enormi mezzi che rombano lo stesso, però non con le ruote, che hanno velocità e portata più di dieci volte superiori e che fanno un fracasso, e spesso un odore, molto più fastidioso. Sto parlando del carro. Esso è stato per millenni, dopo la scoperta della ruota, il principale mezzo di trasporto; diventato nel corso dei secoli, dai tempi dei romani ai giorni nostri, più leggero e più robusto, ha sempre avuto una funzione indispensabile per l’evoluzione della civiltà. Nei nostri paesi quasi tutte le famiglie ne possedevano uno. Il carro rustico tipico della nostra zona è quello a quattro ruote: esso è composto da due parti: il “broz” davanti e la “coa” dietro. Queste, […] Read More
Il paese di favrio è noto, se no proprio a livello nazionale quantomeno in ambito trentino, per essere una località dove, dalla fine di novembe agli inizi di febbraio, il sole è … latitante. Una certa concorrenza in merito, probabilmente a fine propagandistici, gli vien fatta da parte di Pré in val di Ledro e da Giugià in commune di Zuclo; inoltre anche altre località del Trentino hanno, recentemente, cercato di farsi riconoscere le stesse prerogative, ma non c’è niente da fare. La certificazione DOC tocca soltanto a Favrio. Ed è giusto che sia cosi, particolarmente in tempi come questi dove le sofisticazioni sono all’ordine del giorno. Fatta questa doverosa premessa, è indispensabile precisare che, nella zona della chiesa e nella parte più vecchia del paese, il sole, anche se per breve tempo, nel periodo incriminato fa capolino tutti i giorni. Le persone anziane del paese, inoltre, sostengono con insistenza che, in passato, la presenza del sole rea maggiore: il bosco sopra il paese era molto più rado e soprattuto più distante dalle abitazioni; il taglio frequente ed il pascolo lo tenevano sotto controllo. Le immagini dell’inizio dell’Ottocento, che ritraggono la Ponta del […] Read More
Quando si usa il termine dialettale rebalton si fa riferimento a qualcosa di improvviso e violento che mette tutto sottosopra creando caos e nei nostri paesi questa parola era usata anni fa per indicare quanto successe alla fine della prima guerra mondiale, nel novembre 1918. Nella generale confusione dovuta al ritiro di un esercito e all’arrivo di un altro ci fu un grande caos amministrativo dovuto alla temporaneaassenza di una qualsiasi autorità e questo, anche da noi, diede origine a fatti quantomeno singolari. Ne riporto qui uno in particolare. In località Torbiera subito al di là del ponte sul Carera esisteva, e in realtà esiste ancora ristrutturata in tempi recenti e trasformata in case di abitazione, una grandissima costruzione che in origine, probabilmente, era utilizzata per l’essiccazione e la conservazione della torba. Durante la guerra venne trasformata in un magazzino dove erano conservati i materiali e le attrezzature necessari all’ approvvigionamento delle truppe austriache schierate sul fronte nella zona del Tofino e del Dos della Torta. Vi era di tutto: generialimentari, indumenti, coperte, attrezzi da lavoro ecc. Quando gli austriaci si ritirarono dovettero abbandonare praticamente ogni cosa e, in attesa dell’arrivo, che avvenne un paio di giorni dopo, delle truppe italiane, tutto quel ben di Dio rimase incustodito. La popolazione locale non aspettava […] Read More
Mi sembra importante ricordare, come testimonianza di un passato che diviene sempre più lontano e rischia l’oblio, alcuni fatti che ho conosciuto attraverso i racconti di mio padre e dei miei zii che li avevano vissuti. A Favrio, sul prato detto «alla croce», non lontano da dove poi fu costruito il capitello della Madonna, esisteva un avvallamento chiamato el cèso dei rusi. Tale nome derivava dal fatto che proprio in quel posto erano state un tempo collocate le latrine dei prigionieri di guerra russi. Già nel primo anno di guerra, nel 1914, l’esercito austroungarico aveva catturato in Galizia decine di migliaia di prigionieri che erano stati distribuiti in varie zone dell’impero e quindi anche nella nostra valle. Non ho notizie precise relative agli altri paesi, ma di sicuro erano presenti a Vigo Lomaso, come testimonia don Lorenzo Dalponte in un suo scritto. A Favrio comunque ce n’erano almeno una trentina ed erano tutti alloggiati nel sottotetto della scuola. L’esercito li impiegava come operai per la realizzazione di strade militari e di trincee. Vale la pena di precisare che per l’ esecuzione di tali opere oltre ai prigionieri venne precettata anche parte della popolazione civile, quasi esclusivamente donne perché gli uomini validi erano stati richiamati sotto le armi: mia zia Bianca, […] Read More
Da tempo pensavo di raccontare le vicissitudini occorse a un mio compaesano, Marino Lorenzi, nel corso della sua vita; vicende che ormai pochi conoscono e che definirei se non incredibili, sicuramente suggestive. Purtroppo i ricordi di quelli che, come me, l’hanno conosciuto sono frammentari e perciò alcune notizie sono qui ricostruite in maniera sommaria e incompleta, anche perché non è stato possibile reperire alcuna documentazione presso archivi difficilmente consultabili, come quelli di Vienna e Buenos Aires. Mi sembrano, comunque, ugualmente, molto interessanti. Marino Lorenzi nasce a Favrio (a Stumiaga, secondo i documenti, perché a quei tempi il Comune era lì) l’11 luglio 1897; a Favrio frequenta la scuola popolare, così allora si chiamava, con ottimo profitto. Ama leggere, è curioso e intraprendente.Poco dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, il 13 luglio 1915, appena compiuti diciott’anni, viene chiamato alle armi nell’esercito austro-ungarico e destinato quasi subito con il suo reggimento in Galizia. Qui, dopo pochi mesi, è fatto prigioniero dai soldati russi. Purtroppo non si conosce il posto preciso dove trascorre la prigionia, probabilmente in Crimea, a differenza della maggior partedei trentini che finirono, invece, in Siberia. Ricordava di aver lavorato in una fattoria dispersa in mezzo alla campagna dove aveva imparato nuove usanze, trattato dai proprietari come un figlio, senza che nessuno lo controllasse. Finita la guerra, nel 1919 inizia il suo travagliato rientro: a piedi, in nave e in treno. Dopo aver raggiunto con chissà […] Read More
In tutti i nostri paesi esistono, e sono esi stiti in passato, dei personaggi strani e originali; ma tanti e tanto strambi come quelli che hanno vissuto a Favrio in tempi abbastanza recenti credo sia difficile trovar li da altre parti. I più famosi sono sicuramente il “Grazioso” ed il “Furbo” ed è proprio di quest’ultimo che parleremo. All’anagrafe risultava chiamarsi Arturo Moranduzzo, era nato a Castel Tesino il 16 giugno 1884 e si era accasato a Favrio in quanto aveva sposato, il 24 novembre 1923, Maria Zambotti, vedova di Luciano Cherotti. Dichiarava di esercitare la professione di chiromante. Era conosciuto in tutto il Trentino ed anche fuori e veniva gente da tutte le parti per farsi “fare le carte” da lui. Le prime automobili di lusso viste in paese era no di gente che andava dal Furbo, ma anche i locali si rivolgevano a lui per i motivi più svariati : per sapere qualcosa di un figlio in guerra che da tempo non dava più notizie, per sapere se il marito emi grante stava bene o, ad dirittura, per avere infor mazioni su dove fosse finita una manza che era stata rubata. Ci […] Read More
Sono convinto che su questo notiziario sia sempre importante scrivere qualcosa di ameno o, comunque, che serva per alleggerirne il tono che rischia altrimenti di diventare troppo serio. Ecco quindi queste poche righe di ricordi familiari che riportano modi di dire e di pensare dal sapore ormai antico. Penso che qualcuno rammenti ancora cosa significava in dialetto il termine sbrindole. Erano i brandelli, i ritagli di stoffa dei tipi e dei colori più vari che venivano messi da parte per essere riutilizzati, per esempio per fare rappezzi. Inoltre, nei nostri paesi, il termine sbrindole veniva anche usato per indicare quelle ragazzine, sui quindici, sedici anni che andavano a spasso o gironzolavano in paese, cercandomagari l’occasione di incontrarsi con i loro coetanei. Io avevo una zia nubile, la zia Pina, allora ultraottantenne, che viveva a Favrio da sola; benché fosse straordinariamente in gamba, per alcune faccende aveva bisogno di un po’ di aiuto. Quindi io, anche se abitavo lontano, un paio di volte al mese, o da Vicenza o da Belluno, venivo a trovarla. Questo avveniva il sabato pomeriggio e la domenica. Mi accompagnava spesso uno dei miei figli. Il nostro compito era, d’inverno, quello di sistemarle la legna e, d’estate, quello di lavorare nell’orto. Esisteva comunque, la […] Read More
In passato si è parlato, su questo notiziario, dei pascolie delle malghe presenti nel territorio del nostro Comune e mi ero impegnato ad illustrare, in seguito, come funzionava una malga. Colgo ora l’occasione di farlo prima di tutto perché si tratta di un argomento molto interessante e anche perché quelli che di queste cose hanno fatto esperienza diretta diventano, purtroppo, sempre meno. Cogorna è una vasta area pascoliva di oltre 200 ettari, a circa 1500 metri di quota, di proprietà della frazione di Fiavé, che da tempi immemorabili e fino ad una quarantina di anni fa era utilizzata come malga. Negli anni Trenta gli stabili furono completamente ricostruiti con criteri modernissimi per quei tempi: cascina, stallone, cisterna per la raccolta dell’ acqua piovana, abbeveratoio, porcilaia ecc.. La cascina, adibita principalmente alla lavorazione del latte, serviva anche come ricovero per i pastori. Si entrava in una grande stanza con un focolare aperto che fungeva da cucina, ma che soprattutto era dedicata alla lavorazione del latte e ospitava gli strumenti necessari allo scopo come caldera, zangola ecc.. Da questa, a sinistra, si passava nella stanza del latte, mentre a destra c’era il magazzino per la conservazione e la stagionatura […] Read More
Ti ricordi del grembiule della tua nonna? Lo scopo principale del grembiule era quello di proteggere la gonna (non ce n’erano tante di ricambio!) ma, in più, serviva a mille altre cose: era un guanto resistente in cucina per tirare fuori dal forno la teglia bollente, ma era capace di trasformarsi in un fazzoletto meraviglioso per asciugare le lacrime e, a volte, per pulire la faccia dei bimbi. Sollevandone gli angoli diventava un cestino per portare dal pollaio le uova – quelle incrinate finivano subito nel forno – e i pulcini da rianimare; era una cesta ampia e leggera per raccogliere nell’orto i diversi ortaggi e, a fine stagione, la frutta; per trasportare dal vòlto le patate e la legna secca dalla legnaia fino alla cucina: qui, agitato sopra il fuoco, faceva anche da soffietto. Se arrivavano visitatori inaspettati, è incredibile vedere quanto veloce era il grembiule per spolverare qua e là; ma serviva anche da riparo ai bimbi timidi e, quando il tempo era fresco, la nonna se lo avvolgeva attorno alle braccia come uno scialle. Accosto due immagini: la nonna che sollevava il grembiule per spostare dal forno alla […] Read More
Nei ricordi di tanti di noi sono rimaste alcune figure dei tempi scomparsi, in particolare dei venditori ambulanti che giravano per i nostri paesi e le nostre valli offrendo quello che non si trovava nei negozi. Tra di essi c’è sicuramente questo personaggio, l’Elia, uno di quelli ricordati e descritti in dialetto da Dino Zambotti. Anche il dialetto diventa pagina scritta e forse ci aiuta a riportarci più facilmente alla memoria particolari dimenticati, voci, atmosfere. Da molti anni Dino Zambotti coltiva l’amore per la poesia e il racconto, scegliendo di esprimersi soprattutto nel nostro dialetto. El Lieta di Dino Zambotti En puntin che deventeva pù grant, man man che el vegniva en nanzi sota el sol che ciocheva, drè al stradon a svolte, bianc de polver. Quant che ‘l me sta arent ho vist en scanif come na galeta. ‘N omet sudà come ‘n asen con sule spale ‘na casseta. ‘Na casseta granda, squasi pù de el, e che de drèalla schena vanzeva su ‘n bel pel. El gaveva le braghe negre e la camisa bianca en po’ encozida, a dir la verità, e en gilè de pano co l’orloi ‘ndel taschin, […] Read More