Così, una volta, andavano le cose

Autore: Arrigo Franceschi

Quando eravamo piccoli, delle persone adulte, particolarmente degli uomini, noi avevamo il terrore… Quando li incontravamo, da soli, per
strada, cercavamo di svicolare. Non sempre questo era possibile e quindi, spesso, venivamo apostrofati in maniera piuttosto rude. Faccio alcuni esempi. Al tempo della fienagione tra i compiti dei ragazzini c’era quello di rivoltare il fieno. Quindi anch’io, subito dopo pranzo, partivo da casa con la forca, che a quei tempi era più grande di me, e passavo pian piano, un po’ svogliato per le strade di
Favrio. Quasi sempre incontravo qualcuno che mi diceva, con cipiglio: «‘Nde vat toi, popo, con quela forca» e io: «A voltar, fòr ai campi rossi»; e l’altro: «A voltar te va? E alora movete prima che vegna not!». E io acceleravo, sentendomi quegli occhi addosso.
Quando andavo fuori paese succedeva anche di peggio.

A Fiavé sono andato a scuola per due anni, in terza e in quinta elementare, e dovevo per forza attraversare il paese. Quelli di Fiavé ci hanno sempre considerati, e ci considerano ancora e sempre a torto, come… inferiori. Poiché in tutto il Comune le ultime case col tetto di paglia erano rimaste proprio a Favrio, ci chiamavano paioi. Nel percorso verso la scuola mi capitava spesso di incontrare qualcuno e frequentemente venivo apostrofato in questo modo: «‘Nde vat toi, paioio?» ed io: «A scola vago»; e l’altro: «Ah, te va a scola! E alora movete che l’è ‘n pezot che i ha sonà!». Questo bastava perché mi mettessi a correre anche se non ero in ritardo. 
Capitava qualche volta che venissi mandato a Vigo Lomaso per qualche cerimonia religiosa. Andavo da solo a piedi, ma il problema era che dovevo attraversare sia Dasindo che Vigo; incontravo sempre qualcuno che mi aggrediva in questo modo: «Ma ti, chi set?» ed io: «Son l’Arigo da Favri»; e l’altro: «E de chi set?» ed io: «Del Virginio son»; e quello: «‘Nde vat?» ed io: «En cesa vago»; e l’altro: «Bravo! E alora mòvete». Un motivo di critica, magari banale, era sempre pronto per tenerci in soggezione.

Adesso queste cose non succedono più. Sono cambiati i bambini e sono cambiati anche gli adulti. Io comunque, che sono un po’ nostalgico, cerco di fare il burbero per mantenere la tradizione e qualche volta, magari con l’aiuto di una nonna, ci riesco. 

A proposito di nonne, noi a Favrio ne abbiamo una straordinaria; abita proprio di fronte a casa mia, ha otto figli, tre generi, quattro nuore ed un esercito di nipoti; è sempre sorridente e io non l’ho mai sentita lamentarsi di niente. Una mattina di qualche anno fa sono sull’uscio di casa e lei scende dalla strada di fronte e tiene per mano una bambina splendida. Quasi tutti direbbero subito, chinandosi sorridenti verso la piccola: – Ma che bella bambina! Ciao. Come ti chiami? – E il dialogo con lei continuerebbe con mille moine. Seguo invece un’altra «procedura» e parlo solo con la nonna. «Buongiorno», e la nonna «Buongiorno». Poi, rivolta alla bambina: «Dighe buongiorno al Arigo» e lei: «Buongiorno». Il dialogo continua tra noi adulti, mentre la bambina ci osserva alternativamente un po’ perplessa.
Anche se so benissimo come si chiama e da dove viene la piccola, chiedo: «Scolta, ma chi èla quela putelota lì?» E la nonna: «La Virginia la è». E io: «Virginia? Mai sentida! Ma dan de èla?». La nonna: «Da Berso’ la è». Io: «E de chi èla?» e lei «Dela me Ana la è».  Io: «Ades ho capì, èla brava, almen?». La nonna: «Ma sì va là, tasi, che la è anca brava». Io, guardandola burbero: «Son propri content, ciao Virginia». Virginia però a questo punto mi sorride; non l’ho certo intimidita. 

Un altro esempio. Mi avvio verso il centro del paese e sento un bambino che piange disperatamente. Dal tono si capisce subito che fa i capricci. Qualcuno chiederebbe, avvicinandosi: «ma perché piange questo povero bambino? Cosa gli è successo? E il bambino continuerebbe a piangere. Io invece a voce molto alta dico: «Che gal da pianger quel putelot lì?». E sua nonna: «Ma tasi che l’è ‘n picogna...». Ed io: «Ah l’è ‘n picogna, alora fal star zito che sel sente a star fin for ala canova!». Il bambino ci guarda e smette  immediatamente di piangere: qualche volta il vecchio sistema funziona ancora… 

Per questa volta basta. Alla prossima.